Difficoltà relazionali in adolescenza

L'adolescenza per definizione è un periodo di transizione e, proprio per questo, implica la messa in discussione di ogni relazione, in particolar modo con gli adulti di riferimento. Il processo di crescita, in questo caso, implica una serie di evoluzioni che richiedono un continuo riassetto dell'equilibrio psichico. 

 

Lo sviluppo psico/emotivo non sempre è sincronizzato con quello fisico e quest'ultimo è sottoposto ad importanti cambiamenti con cui l'adolescente deve fare i conti. 

Crescere significa anche perdere, oltre che evolvere, l'adolescente deve quindi affrontare il "lutto" per il "bambino" che era e interiorizzare l'adulto che sta diventando.

Questo è anche il periodo in cui l'adolescente si trova di fronte a scelte che daranno l'impronta al suo futuro, ad es. la scelta di un percorso di studi o meno.

Questi aspetti possono rendere difficile la comunicazione con gli adulti di riferimento e/o con i pari. 

Il disagio viene manifestato con diversi segnali a cui bisogna prestare attenzione:

  • difficoltà ad affermare la propria personalità, crisi di identità (chi sono?, non mi riconosco più?);

  • conflittualità con i genitori (non riescono a capirmi, mi trattano come se fossi un bambino, invadono i miei spazi, non li sopporto più);

  • disfunzioni nell’alimentazione come eccesso o rifiuto del cibo e spesso ripercussioni sul peso corporeo (non ho fame, il cibo mi ripugna, ho sempre fame, ci sono momenti in cui non riesco a smettere di mangiare, vomito quello che ho mangiato);

  • difficoltà a riconoscere con chiarezza i propri obiettivi di vita (non so in che direzione andare, non so cosa voglio);

  • problemi scolastici (non mi importa niente della scuola, non riesco a dimostrare che sono capace, non sono intelligente);

  • sofferenze sentimentali (mi ha lasciato, nessuna/o mi vuole, chi potrebbe amarmi così come sono);

  • isolamento rispetto al gruppo dei coetanei (non ho voglia di vedere nessuno, non me la sento di uscire di casa):

  • disagio nelle relazioni con i coetanei (non riesco a parlare con gli altri, mi arrabbio con tutti, gli altri non mi considerano, nessuno mi ascolta, non riesco a farmi degli amici, non sto più bene con i miei amici);

  • disagio rispetto al proprio corpo (non mi piaccio, mi sento grasso, sono troppo alto, sono cambiato e non mi piace come sono adesso);

  • dubbi sulla propria identità sessuale (non so se mi piacciono le ragazze o i ragazzi, faccio pensieri su quelli del mio stesso sesso, ho il timore di essere gay, ho il timore di essere lesbica);

  • angosce e paure (ho paura di stare da solo, in certe situazioni mi blocco, ho paura di quello che gli altri pensano di me, ho paura di non piacere e di come mi giudicano);

  • ossessioni (ho dei pensieri che mi disturbano e che non riesco a controllare, mi lavo le mani in continuazione, accendo e spengo la luce senza motivo, etc..);

  • autolesionismo manifestato attraverso pensieri o veri e propri comportamenti (ho pensato di suicidarmi, penso di farmi del male, ho provato ad uccidermi, mi taglio, non mangio, vomito apposta, faccio cose pericolose, mi faccio, bevo);

  • somatizzazioni cioè malessere fisico per cui è stato verificata (per esempio dal medico di famiglia) l'assenza di una causa organica (mi viene spesso mal di testa, mi va a fuoco lo stomaco, ho la pelle sempre irritata);

  • rabbia e aggressività (mi arrabbio con estrema facilità, perdo il controllo, odio tutti).

 

Non è corretto considerare a priori tali sintomi come patologici, ma è comprensibile il senso d'impotenza dei genitori di fronte ad un tale disagio.

 

Quando la situazione sembra avere connotazioni che giustificano una elevata preoccupazione,  il supporto psicologico ha il fine di migliorare la comunicazione, facilitando la capacità di ascolto e riconoscendo la fatica che tale percorso di crescita può implicare. ​Lo psicologo, in base alle peculiarità del caso, può ritenere utile  un lavoro  individuale con l’adolescente  o consigliare una serie di incontri cui partecipano solo i genitori, oppure coordinare i due interventi, al fine di aiutare il nucleo a trovare nuove e più funzionali modalità di relazione e comunicazione.
Spesso il ragazzo/a non si rende disponibile personalmente alla partecipazione ad un determinato percorso e bisogna  valutare l’opportunità di lavorare soltanto con i genitori, alleviando la loro fatica, supportandoli nella loro funzione genitoriale in questa difficile fase di vita della famiglia, che si svolge generalmente in un momento di cambiamento anche della fase di vita personale del genitore.